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Reliquie e Icone

LA VENERAZIONE DELLE RELIQUIE NELLA CHIESA ORTODOSSA

Archimandrita del Trono Ecumenico Athenagoras Fasiolo

 

Nel XIV secolo, il noto liturgista bizantino Nicola Cabasilas, nella sua somma opera “H EN ΧΡΙΣΤΩ ΖΩΗ – LA VTA IN CRISTO” afferma che “Nulla più dei martiri è prossimo ai misteri di Cristo: essi hanno in comune con Cristo il corpo e lo Spirito, il tipo di morte e tutto. Mentre erano in vita il Cristo era in loro, dopo la morte non abbandona le loro spoglie. E’ unito alle anime, ma è congiunto e commisto anche a questa polvere sorda; anzi, se è dato di trovare e  di possedere il Salvatore in qualcuna delle realtà visibili, ciò è possibile proprio nelle ossa dei santi” (cap. II).

Il Cabasilas infatti si richiama alla tradizione della Chiesa indivisa che risale a san Cirillo di Gerusalemme in cui “anche quando l’anima non è più presente, c’è una forza nei corpi dei santi” “ (Catechesi XVIII,16), a Serapione “ i corpi dei santi… non sono privi…di energia né di forza divina” (Adversus Manichaeos, PG 40) e a San Giovanni Damasceno “i santi erano pieni di Spirito Santo in vita e la grazia dello Spirito Santo è inseparabilmente presente alle loro anime e ai loro corpi nei sepolcri” (De imaginibus, PG 94). Lo stesso Arcivescovo di Tessalonica San Gregorio Palamas, contemporaneo al Cabasilas, dichiara “glorifica le sante tombe dei santi, e se ci sono, i resti delle loro ossa: la Grazia di Dio infatti non si è separata da esse” (Decalogo, PG150), “ la grazia santificante non si è allontanata dalle sacrosante ossa dei santi, come nei tre giorni della morte la divinità non si divise dal corpo del Signore” (Confessio fidei, PG 151).

La reliquia, visibilmente oggetto di morte, ma che rappresenta al vivo, per il suo valore taumaturgico, un segno dell’avvenuto superamento della barriera, sino allora invalicabile, tra la vita e la morte, ha avuto un ruolo fondamentale nel far cadere la separazione, giuridicamente definita nel mondo ellenistico e giudaico, tra la città dei vivi e la città dei morti, come dice Gilbert Dagron (Le christianisme dans le ville byzantine). La traslazione di corpi santi, interi o frammentari, nelle chiese cittadine, con la conseguente aspirazione dei devoti ad essere sepolti vicino ad essi, determinano il superamento degli antichi divieti, e formano una antropologia ed una escatologia peculiarmente cristiane, che riprende l’asserzione paolina “follia per i pagani e scandalo per i giudei” (1 Cor. 1,23).

Già i Padri Cappadoci, enfatizzando la venerazione per le reliquie materiali, pongono le basi per una nuova concezione del sacro, riconoscendo nel corpo, al di là delle apparenze, ormai redento dalla morte, come componente essenziale dell’uomo, partecipe anch’essa della natura divina.  San Basilio di Cesarea, il Grande, commentando il Salmo 115 afferma: “Allorché la morte avveniva sotto la legge giudaica, i cadaveri erano dichiarati abominevoli; ora invece, che c’è la morte per Cristo, preziose sono le reliquie dei santi. Prima d’ora era comandato ai sacerdoti e ai nazirei: non contaminatevi con alcun cadavere (v. Lev., Num.,Aggeo…)…Ora al contrario, chi avrà toccato le ossa del martire riceve una qualche partecipazione alla sua santità dalla grazia che risiede nel corpo. Ecco perché è preziosa dinanzi al Signore, la morte dei suoi Santi” (M. Girardi, Basilio di Cesarea e il culto dei martiri nel IV sec.).

Proprio questa percezione delle reliquie dei santi come una loro “presenza nell’assenza” è alla base della frammentazione: essa implica infatti che la parte abbia il medesimo valore del tutto. Nell’ordine della grazia vale infatti il principio che la frammentazione non diminuisce, ma moltiplica, dottrina che la Chiesa enuncia solennemente  - su un piano teologico più elevato – nella preghiera che accompagna la frazione del Pane consacrato: “spezzato ma non diviso, mangiato e mai consumato”.

Questo principio è valso fin dal ritrovamento a Gerusalemme, da parte della Beata Elena della Santa e vivificante Croce del Signore, che dopo la sua elevazione da parte del vescovo di Gerusalemme San Macario, essa venne divisa in particelle per giungere in tutti gli angoli del mondo, e che secondo la tradizione, le parti si ricongiungeranno alla seconda Parusia del Signore.

Merita ricordare come uno dei titoli dato ai Santi è quello di “ουρανοδρόμος”, di “corridore del cielo” e da là vive e aiuta i propri fedeli per quella “confidenza biblica”, la Parrisia, che esiste in loro, in quanto Cristo verrà alla fine dei tempi, “con tutti i suoi santi” a giudicare i vivi ed i morti. Il santo non abita più nelle sue spoglie mortali, ma per la benevolenza di Dio e per l’amore del Santo per gli altri uomini, in esse si concentra il mistero della sua presenza e da esse continuano a scorrere, come da una sorgente, i carismi e le grazie di cui Dio lo aveva adornato in vita. Potremo dire che essa è una presenza antinomica, della assenza e della presenza, di cui la Chiesa riconosce l’assenza, in quanto “corridore dei cieli” ma anche la presenza percepibile, attraverso i miracoli, le taumaturgie e quindi la sua Icona ed i suoi resti mortali. Così le reliquie, τα λείψανα, in greco, “mosci” in staroslavo, divengono realtà sacra, che vengono deposte all’interno degli altari per santificarli. Fin dai primi tempi della Chiesa Nascente, e le catacombe ne danno una dimostrazione attendibile, in cui la Liturgia si celebrava al di sopra delle tombe dei martiri.

Il periodo della iconomachia, infatti vedrà l’avversione non solo per le Sante Icone, ma per tutto quanto ad esse era collegato come la sacralità delle Sante Reliquie, vivificanti e fonti di grazia.

La storia della Chiesa, relativamente alla santità e alle Reliquie ad essa collegate è ambivalente nell’Oriente Cristiano. L’epoca bizantina, almeno dal V secolo,  dava particolare valore alla incorruzione fisica del corpo, che trascendeva le leggi della natura e la  giustificava come segno anticipatore della gloriosa incorruttibilità riservata al santo al momento della resurrezione comune a tutti gli uomini. San Metodio, patriarca di Costantinopoli li definisce “ morti che non sono del tutto morti”. L’unità inscindibile del corpo e dell’anima vengono manifestate dal fatto che le prove subite dal corpo sono benefiche per l’anima, così la gloria conseguita dall’anima dopo la morte non può non riflettersi, sin da quaggiù, nella sorte del corpo. Tuttavia la incorruzione fisica può manifestare sia la glorificazione nei cieli di un santo, sia la prova di una separazione dalla Chiesa di individui la cui morte avveniva non certo in concetto di santità.

Ci sono caratteristiche esplicite nel riconoscere questi due mondi. Il santo glorificato presenta un aspetto di sonno pacifico, ha una espressione luminosa e effonde il profumo della santità, mentre l’altro ha un aspetto orripilante di morte e è maleodorante. In questo secondo caso, quando un corpo viene trovato incorrotto per le condizioni del terreno o per circostanze fisiche,  il vescovo celebra prima della risepoltura una particolare preghiera di assoluzione dai peccati e da ogni scomunica, colpe che per la Chiesa Ortodossa permangono anche dopo la morte di un soggetto. Tuttavia giova ricordare che moltissime volte in questi casi si è riscontrata la immediata dissoluzione del corpo, nella polverizzazione della carne e nello spezzarsi delle ossa.

Il corpo incorrotto del santo non permette invece la frammentazione delle sue reliquie, se non tramite la diffusione di elementi accessori come particelle dell’abito della salma o del lenzuolo che lo avvolge o di altri oggetti che restano a contatto con la reliquia del Santo. Un esempio sono le “papousse”, le scarpe di San Spiridione a Corfù, che vengono cambiate ogni anno, o per restare a Venezia, gli abiti liturgici con cui spesso viene rivestito il corpo di San Giovanni il Misericordioso, patriarca di Alessandria, nella Chiesa di San Giovanni in Bragora.

Tuttavia anche la dissoluzione del corpo ha una valenza ancipite. Nel rituale ortodosso per la sepoltura viene data particolare enfasi affinchè il corpo possa essere avviato al naturale processo di corruzione, secondo il celebre detto biblico: “Sei polvere ed in polvere ritornerai” (Gen. 3,19). Quindi se da una parte la dissoluzione è il risultato del castigo conseguente al peccato, nella nuova economia, è il segno manifesto dell’accettazione da parte di Dio, del corpo dell’uomo redento, offerto in olocausto insieme a quello di Cristo.

Nell’Ortodossia esistono due tendenze, anche se le une non escludono le altre. Nelle Chiese slavo-ortodosse, soprattutto Serba e Russa, la incorruzione del corpo è uno degli elementi che permettono la dichiarazione di Santità di una persona e la sua aggiunta al Sinassario della Chiesa locale, patriarcale o successivamente universale. Un caso emblematico fu infatti quello di San Serafino di Sarov, le cui spoglie furono trovate corrotte, motivo per cui la Chiesa Russa tardò a proclamarne la Santità, nonostante la profonda venerazione esistente nel popolo.  Nelle Chiese Balcaniche e del Medio-Oriente, seguendo la sensibilità bizantina e paleocristiana, hanno più valore i resti ossei. Si valutano lo stato di conservazione e soprattutto il colore, che dopo essere state lavate con vino rosso, devono risultare di un giallo zafferano. Un indicatore privilegiato è dato poi dall’osmogenesi, ossia la ευωδία, quell’intensa fragranza che emanano e che molte volte si materializza nel myron, un liquido oleoso profumato, per cui questi santi taumaturghi vengono detti “mirovliti”. Tra essi ricordiamo San Demetrio, San Nicola di Mira, il monaco athonita Nilo di Cavsocaliva e altri, fenomeno che si riscontra anche in alcune delle Icone Taumaturgiche di Santi e della Madre di Dio.

Un caso particolare è quello di San Nettario di Egina, che risultato incorrotto per ben tre ricognizioni, e con la presenza della evodia, alla quarta vennero ritrovati solamente i resti ossei che ancora profumavano ed emanavano il Myron. Allo scandalo, seguì l’apparizione in sogno del santo a tantissimi fedeli, il quale testimoniava che in questo modo, con la frantumazione sarebbe stato vicino a tutti i suoi figli. Il culto di questo Santo, oltre che in Grecia e profondamente radicato in Romania.

Tre Santi Greci recentemente canonizzati dal Patriarcato Ecumenico, San Paisio, San Porfirio e San Giacomo di Eubea, vissuti nel XX secolo si sono manifestati in modo diverso verso la ricognizione delle loro sante Reliquie: il primo è risultato incorrotto, il secondo ha voluto che le sue spoglie mortali non fossero ritrovate, per cui restano solo frammenti, mentre il terzo non è ancora stato dissepolto.

Nel mondo ortodosso della diaspora, brillano per la incorruzione del corpo San Nicola Velimirovich e San Nicola di Shangaie San Francisco, mentre una pleiade di Santi russi neomartiri, hanno manifestazioni diverse dei loro resti mortali. Tra essi merita particolare attenzione San Luca di Simferoupoli in Crimea, vescovo e famoso medico dell’epoca sovietica, le cui reliquie sono più venerate e conosciute in Grecia ed in Occidente che nella stessa Russia. Anche in Georgia, San Gabriele, un monaco che ha combattuto l’ateismo di stato, recentemente canonizzato è stato trovato corrotto ma con i suoi resti mortali che emanano una grande quantità di myron.

Concludendo non possiamo non ricordare la stessa valenza teologica di “fontane di grazia”, attribuite ai resti mortali dei santi, vivificati dallo Spirito, che viene riconosciuta dalla fede ortodossa agli oggetti materiali che sono stati a contatto on la carne vivificante del Cristo, durante la sua vita terrena, o con la persona della Theotokos, la madre di Dio. Soprattutto dal Monte Athos, sono state portate alla venerazione dei fedeli in molti paesi ortodossi, la Cintura della Madre di Dio, come le reliquie dei doni dei Magi, frammenti della santa Croce e le reliquie della Passione: la corona di spine, la clamide, la canna, la spugna.

Nella Chiesa Ortodossa oggi è aperto un confronto per una revisione pan-ortodossa del Santorale, che però il Santo e Grande Concilio di Creta non ha potuto porre alla discussione dei padri conciliari, per le troppe valenze pastorali che ancora incontra il tema, ed è stato rimandato ad un futuro Concilio. Valgono pertanto le sagge parole di un Metropolita greco che ha affermato: “Chi tarperà le ali della più sfrenata fantasia? Chi spazzerà l’aia e brucerà la paglia e raccoglierà il grano nel granaio? Chi restituirà la naturale bellezza a questo monumento agiologico, che la pia fantasia ha rovinato, ha alterato e ci ha trasmesso offuscato ed irriconoscibile? (Sofronio di Leontopoli).

(Testo presentato in occasione del Simposio internazionale nel bicentenario della traslazione delle reliquie a Dignano - Dignano/Vodnjan – Croazia, 21 Giugno 2018)

 

Arrivo della Icona della Vergine Paramythia nella Chiesa Greca di Trieste

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